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giovedì 28 marzo 2013

Ideale giovane, soluzione senza progetto di Jean-Pierre Ostende



Ideale giovane, soluzione senza progetto
di 
Jean-Pierre Ostende



         

 Il 31 dicembre sera Paul e Marie si sono trovati.

A parte le centinaia di finestre e di tubi, i chilometri di muri e di capannoni vuoti, quel che ho visto, d’acchito, in questa fabbrica abbandonata, è un bambino sulla punta dei piedi davanti al lavabo.
         Marie Niro, un metro e settanta al risveglio, uno e sessantotto alla sera, ha lunghi capelli mogano che tinge non per il gradimento del colore ma per la parola mogano. Da tre anni, la sua vita attiva ha per oggetto una compagnia di prodotti farmaceutici.
         Per quale motivo sono entrato nell’ex-tabacchificio, questo stabilimento abbandonato di quarantamila metri quadri?
         Paul Gould, un metro e ottanta di media, ha i capelli corti e bruni, tutti suoi, senza impianti. Tre denti porcellanati in bocca gli fanno dire che questo è l’inizio della sua trasformazione in cyborg, che si comincia così, con i denti di porcellana in bocca.
         Dev’essere bello venire la mattina e riandarsene la sera. Avere dei colleghi.
         La vita attiva di Paul ha per cornice un laboratorio di fisica da cinque anni. Fuori dal laboratorio,  parla poco della sua vita attiva. Preferisce stare zitto invece di schematizzare tutto. I suoi commenti si riassumono in : “E’ andata bene” o “Abbiamo dei problemi”.
         Con la mia carta in tasca, occorre una carta formato 5 x 8, vado spesso alla fabbrica abbandonata. Sono un assiduo frequentatore. D’altronde, non è nemmeno abbandonata. C’è gente d’ogni risma che ci viene.
         La sera del veglione in discoteca, al Moteur, il caso aveva voluto che Paul e Marie fossero seduti uno accanto all’altra, nella sala numero cinque, “Decibel controllo”. Non hanno smesso di guardarsi.
         Attraverso i capannoni, visito la grande carcassa che è un po’ “…”.  C’è un sacco di vuoto. Mi presto a destra e a manca. Senza guardare.
         Nella sala numero cinque il livello sonoro della musica permette agli utenti di bisbigliarsi paroline all’orecchio senza cuffia né microfono. Paul e Marie si sono parlati senza indugi.
         Incrocio sempre più persone. Alcune mi dicono per prime buongiorno. Mi chiedono come va. Con altri è sufficiente un cenno del capo. Solo per dire come mi sono adattato in qualche settimana. Conosco quasi tutti.  E ce n’è di gente. Se non l’ho contata è perché non m’interessano le cifre.
         Per quei casi che dà la conversazione libera, Paul e Marie hanno affrontato l’unità di misura di una quantità di informazione binaria. Lui ha precisato che una parola di otto bit è un ottetto, poi una parola tira l’altra, nel programma è comparso il pixel. Lei ha visto subito che lui ci teneva a spiegarlo. Allora ha continuato a tenere la bocca aperta, sentiva che a lui faceva piacere. Lo sapeva lei che un’immagine conta miliardi di pixel? Sì. E meglio di lui (quando voleva). Ma quella sera aveva voglia d’imparare tutto.
         Se conosco gente, mi verrà proposto di certo qualcosa. E tutto si sistemerà.
         La settimana dopo siamo alla fase del ristorante a lume di candela.
Cottura al vapore. No smoking. Lei, in abito e mocassini rossi, profumo Sauvage Tsss, lui in blazer blu. La cameriera coi pattini. A Marie Niro non piace questa moda dei seni siliconati, arrivata dagli Stati Uniti. Preferisce i seni amatoriali. Vabbè.
         Quelli che conoscono un sacco di gente non rimangono mai a mani vuote. Alla fine li si aiuta sempre. Ma gli altri, quelli che sono soli, vengono dimenticati.
Per questo vado nella sodaglia tutti i giorni. O quasi.

         Il secondo appuntamento di Paul e Marie è al parco acquatico. Vicino all’acquario sperimentale, la guida spiega il processo ecologico e articola la visita su schemi e microesperienze, con – vieppiù – un sintagma ricorrente: Per molto tempo il caso.

         Ci sono giorni che non esco di casa. Non ci si può muovere tutti i giorni quando non si guadagna niente. Ci sono giorni che bisogna recuperare. Sennò si è nella melma, la melma.
         Dopo il terzo appuntamento al self-service “Terroir mon amour”, quel sabato, Paul ha dormito da Marie, nel  ribaltabile del soggiorno che ha una porta-finestra dalla quale si vede in lontananza la ruota luminosa del Luna Park accanto allo stadio. Paul dorme otto ore per notte, e spontaneamente. Non ha sentito l’allarme ai piedi della torre. Ancor meno (grazie ai doppi vetri) il latrato dei cani da guardia. Nemmeno gli elicotteri. Dorme come un pupetto della Prénatal, dice lei.
         Questo è un luogo infestato di muri e lampadine nude. Vetri rotti e tubi. Fili elettrici che pendono. Piove dai tetti, a tratti. Se non ci vengo tutti i giorni è anche per non far credere che ci pianto radici.

         Paul ha bevuto un succo d’arancia garantito senza modif. genet. (Gen. frei), poi mangiato una tazza di Kellog’s. Anche sull’alimentazione sono d’accordo.     

         Cresce un po’ d’erba tra i sassi. Un po’ di  verde. 
         Ormai è un mese che Paul e Marie stanno insieme e va tutto bene. Tutto è perfetto, anche il servizio. Niente lascia a desiderare.
         Tutto considerato, sono molto compatibili l’uno con l’altro.
         Vivono nella stessa città. Pratico. Amano questa città.
         Nella torre, i plastici sono nei loro laboratori.
Buongiorno a tutti!
        La cortesia è importante. Interessarsi. Non fare finta di interessarsi. Interessarsi per davvero. E’ importante. E’ una delle chiavi del successo. Chi non s’interessa diventa una cosa. Chi vorrebbe essere una cosa? Una cosa poggiata da una parte e che aspetta d’essere gettata altrove?
Paul e Marie vivono in una città, con un porto ricostruito da visitare, spiagge e schermi giganti per  videoclip. Paul ha praticato un po’ di surf. Ora non più. Marie ha fatto un po’ di vela.  Quando avevano vent’anni.
Ieri, i tecnici hanno installato il materiale per i concerti di rap. Qui l’hip-hop piace molto. E’ un classico.
Sto a guardare come fanno. Ascolto, anche.
Paul e Marie vivono ognuno in un appartamento chiaro, assolato e climatizzato. A loro piace la luce nelle case, e non l’usanza locale lucifuga.
Ho intravisto parecchie volte l’amministratore, M. Lextrait, ma non ho osato parlargli. Ho ruminato delle frasi, ma sapete com’è, non ci si rivolge a quelli che comandano così.
E dire che c’è gente così a suo agio. Per parlare. Procedere. Per rivolgersi agli altri. Già dalla lunghezza delle frasi, lo si vede.
Paul e Marie hanno venticinque anni e si faxano messaggi dall’ufficio, di modo che ognuno abbia ogni giorno notizie dell’altro. Per la trasmissione, preferiscono il fax all’uso del telefono. Le parole restano. Preferiscono quelle su carta di contro a certi che se le mandano da schermo a schermo. A loro piace la tradizione della carta. Due babbioni, dice Doris Ferlinghetti.
M. Lextrait è sempre occupatissimo, soprattutto se lo si paragona a me, che non mi muovo. Lui è sempre in movimento. E’ giovane.
A volte prende l’aereo la mattina e lo riprende il pomeriggio.
La gente dice che è un cervellone.
Quando lo vedo, cammino velocemente, in una direzione qualsiasi.
Non è difficile camminare velocemente.
Per scrivere a Paul, Marie trascura il trattamento testi, il carattere che potrebbe chiamarsi Cooper Black o Courier Absalon; quanto le piace: “Ah, Absalon! Absalon!”
Scrive a mano le parole. Quasi a bastone. Poi le faxa.
Non voglio sembrare senza lavoro. Evito anche di tenere le mani in tasca.
Paul non scrive più a mano dai tempi della scuola. Sceglie Times dimensione carattere dodici. Gli piace questo carattere, dice, è più intimo, il Times.
Nel cortile mi piace sedermi sul muretto.
Paul non vuole brillare per cura (precisione, pignoleria), per quanto ne abbia duecento a sua disposizione sotto il mouse se scorre la lista. Ma non vuole l’…… con una lista. Vuole la semplicità.
Qui ci sono scale distrutte che finiscono nel vuoto.
Talvolta, Paul si concede un carattere: un Bernhard Modern o, in assenza, un Torino Outline.
Nel cortile, all’entrata della fabbrica abbandonata, c’è un capanno con un masso sul tetto. Gli zingari hanno chiesto al direttore di poter recuperare la ferraglia (il capanno è in metallo). Non sapevano che fosse una scultura. Io lo sapevo.
Col Torino Outline, Paul è calmo e conciso. Nucleggia senza muoversi (outline), non va verso le parole, sono le parole che vanno da lui.
Lo stesso giorno degli zingari e della ferraglia, alcuni farmacisti di “Farmacia senza frontiere” hanno chiesto al direttore un locale per stoccarvi i medicinali. Il direttore ha detto che c’erano troppi tossici nel quartiere per mettere su un deposito di medicine senza tirarsi addosso le ruberie. I farmacisti non ci avevano pensato. Ah! Ah! Qui, dei medicinali! Che pirla ‘sti farmacisti.
Col Bernhard Modern, Paul si irrita e rinugina, ha strane voglie.
Il direttore porta spesso un cappello nero. Qui sono quasi tutti vestiti di nero. Soprattutto quelli che fanno teatro. Quelli del ristorante no. Quelli del ristorante sono in bianco.
Il mio posto sarebbe più al ristorante che in teatro, con tutto… Se mia madre mi conoscesse, sarebbe felice di vedermi in un teatro. E’ un mestiere dove non ci si deve annoiare.
Col Bernhard Modern, Paul si fa paura. Si eccita pure. Talvolta scrive in Times e all’improvviso si ritrova in Bernhard Modern. Pensa che sia colpa del soft-ware. Non gli passa neanche per la testa che sia lui.
Qualunque cosa accada, evitiamo di essere amari.
Paul Gould è apprezzato nel suo laboratorio. Laddove si capisce il suo linguaggio, laddove si parla di quel che si lavora senza semplificare al problematica al punto d’essere grossolani. Fuori dal suo laboratorio, si trova nella posizione dell’uomo che incontra il beduino mai uscito dal deserto e davanti quale, per dargli un’idea delle cascate del Niagara, versa l’acqua di una bottiglia sulla sabbia.
Non ho ancora osato assistere alle riunioni della gente della sodaglia, anche se molti credono che io ne faccia parte. In verità non sono né tecno né musico. Non ho una compagnia di danza con un sito dove sviluppare progetti sull’universo sensibile, i suoi gesti e il suo linguaggio. Non faccio stage né sono collaboratore del Sistema Sodaglia Teatro, non sono né cuoco, né giornalista. Non sono niente. Ma sono pronto a tutto.
Marie non cerca di sapere perché le piaccia la guida CD-Rom “Fate l’arte da voi” o perché non le piacciano certe cose. Non vuole analizzare tutto. Vuole che ci sia un po’ di mistero. I love poetry (neon, ferro, corda, 1998).
Un giorno sarò accettato da loro, alla sodaglia.
Per questo mi occorre un progetto. “Se non hai un progetto sei morto”.
Anche i morti hanno progetti. Che ne sappiamo?
Talvolta Marie disegna e faxa un cuore a Paul.
Canticchia: Cuore di rocker, la canzone dei vecchi (senior).
Il ristorante è ottimo. Dicono. Ma preferisco di gran lunga comprarmi un panino al bar della Maternità. Panino al p­té, dodici franchi. Quando si mangia un panino, si riflette.
Come quando si piscia all’aria aperta.
Talvolta Marie faxa il suo nome: Paul. O i due insieme: Paul & Marie, con la e commerciale. Vorrebbe che lui facesse altrettanto & che i loro nomi circolassero tra Cie & laboratorio durante le ore di lavoro.
Ci sono muratori coi capelli bianchi che vengono a pranzare con le tute macchiate. Mangiano camembert di bassa qualità. Ristrutturano una parte del tabacchificio. Questa parte accoglierà gli archivi.
Marie Niro non sa perché ha questo desiderio di nominare, nominarsi, nominarlo. Fin dall’inizio. E’ prematuro, dice Doris Ferlinghetti davanti alla macchinetta del caffè, soprannominata (la macchinetta) l’allegato.
       Un altro bicchiere che cade di traverso. Sei superstiziosa?
Qualche volta mi compro una soda alla stazione di servizio, per mandare giù il panino. Una Pschitt-orange. O una Coca. Senza cannuccia.
Quando vengo in questa stazione di servizio ho l’impressione di essere in viaggio. Nei viaggi, ci si ferma nelle stazioni di servizio ai margini delle autostrade. Si hanno abiti informi  perché si starà seduti per parecchio tempo. Si ha il mal di schiena. Si va a pisciare. Si beve il caffè in piedi. Ci si massaggia un po’ la schiena su un pezzo di prato spelacchiato.
Paul vorrebbe inviare a Marie parole d’amore via mail. Si dà il caso che Marie Niro non abbia e-mail (la porca, digita in Bernhard Modern).
Davanti alla sodaglia, la stazione di servizio è il solo negozio della via. La stazione di servizio si trova proprio tra il bar della Maternità e l’inizio della sodaglia davanti al tunnel, accanto ai binari. Tutto è a portata di mano.
Forse un giorno dirò: “Io lavoro qui”.
Marie Niro non starà tutta la vita senza address nella rete. Lui le manderà allora dei mail, il furbacchione. Per il momento, la raggiunge per altre vie.
Quando si decideranno a propormi qualcosa? Eppure debbono aver visto la mia obbedienza e la mia serietà.  Impossibile non vederle. Come non vederle?
Pazienza per la chiocciola dalla quale gli piace far precedere il suo nome quando le manda un fax d’amore firmato: @Paul.
Talvolta, credo che non mi proporranno mai niente. Che sarà così per tutta la vita. Per fortuna, poi mi passa. Tutti i principianti hanno degli alti e bassi. Speranza!
Il sabato sera capita a Paul e Marie di tirar fuori la possibilità di abitare insieme, in un appartamento o una casa con un giardino di fiori veri, tubi, quadrati di aiuole, perché no, ma hanno paura di non farcela, alla lunga; di non sopportarsi.
 Non è possibile che mi vedano tutti i giorni e non mi propongano nulla. Non è possibile.
Paul e Marie hanno visto separazioni, in diretta. Valigie, pillole, duri processi. E talk-show al riguardo. Per cui vivono ognuno per conto loro.
Se fosse possibile, se succedesse spesso che la gente stia lì ogni giorno e non gli si proponga niente, ci sarebbe ancor più suicidi. La Francia arriverebbe prima in suicidi e non quarta. Batterebbe la Danimarca. Forse persino la Finlandia che ha la medaglia d’oro.
Quando Paul e Marie stanno giù, per esempio dopo la lettura del Monde diplomatique, s’immaginano che la gente produrrà sempre meno e che sempre più errerà di città in città, e che ci sarà sempre più gente sola.
Non li si può siringare tutti.
La nostra non è una società di macellai veterinai. Rischiamo di riaprire i grandi ospedali, i centri, i campi, i manicomi, i foyers , per accogliere questa gente, e non solo durante l’inverno ma per tutto l’anno. Quando non li si vedrà più per le strade o per i sentieri, quando non si vorrà più che le orde mettano in pericolo la sicurezza dei treni, degli autobus, delle auto e i dintorni delle città. Senza contare i vecchi che  si appiccicano (?) e tutto quel che vendono è senza igiene sui marciapiedi e i bordi delle strade.
Per il momento, è la vita quotidiana che spaventa Paul e Marie. La vita quotidiana insieme. Marie lo scrive nel suo diario di carta. Non si è piegata al diario elettronico come Doris Ferlinghetti.
Non viviamo nella preistoria.
Paul e Marie, il sabato sera, sono “Happy together”.
Per evitare la routine, l’altra routine, Paul e Marie hanno pensato all’alternanza. Un sabato dall’uno. Un sabato dall’altro. Come i figli dei divorziati. Mica stupido, dice Doris Ferlinghetti.
Ieri ho scorto Gilles Barbier! Organizza feste con gli amici al quinto piano. Vi sono molte donne carine e simpatiche. Tutti si baciano. E ci si dà del tu.
M. Foulquié, il direttore, ha paura per la sicurezza se c’è troppa gente nelle feste clandestine. M. Foulquié ha ragione. Stiamo in una fabbrica abbandonata, non in un palazzo. Non siamo in un centro culturale con gli estintori dappertutto.
Ecco, ora  l’ho detto: “noi”.

Traduzione di Jacqueline Spaccini (1998)


 Jean-Pierre Ostende, Idéal jeune homme, solution sans projet in Gulliver n°1, Dire le monde, Paris, Librio, 1998, pp.59-65

Mathieu Lindon, Il processo di Jean-Marie Le Pen



Il processo di Jean-Marie Le Pen

di Mathieu Lindon





Quando si apre, sono già parecchi mesi che il processo Blistier viene chiamato “il processo di Jean-Marie Le Pen”. Sono i gruppi antirazzisti che per primi l’hanno ribattezzato così e, sull’onda dell’indignazione generale, la formula è stata adottata da stampa e  televisione. Il presidente del Fronte Nazionale non è forse responsabile dell’assassinio compiuto da un militante, un adolescente, infiammato dai suoi discorsi? Non deve forse essere convocato in tribunale, almeno in qualità di testimone?
         L’avv. Pierre Mine si trova coinvolto nel caso. Un giovane di sinistra dalla vita personale molto personale. Difende Ronald Blistier, l’omicida, e non ha saputo spiegare perché, snocciolando ai giornalisti due o tre frasi passe-partout sul diritto di ciascuno a un processo leale. Ha rifiutato ogni intervista, sul fascicolo degli atti processuali e su se stesso. Figlio di avvocati ebrei, Mine ha i capelli lunghi, è elegante, ha trent’anni. Ronald Blistier, il suo cliente, ha il cranio rasato, l’aspetto rozzo e impacciato, l’identikit di un militante del Fronte nazionale come si vede nelle caricature. All’epoca dei fatti, era maggiorenne da pochi mesi. Oggi ha vent’anni. Non attira nessuna simpatia. L’avv. Charles Loups, un nome accreditato, e il suo collaboratore, Xavier Rastaing, preferiscono quanto a loro difendere gli interessi dei genitori della vittima, gratuitamente. Lionel Limassol è il prestigioso sostituto procuratore generale.
         “Hadi, il tuo assassino non rimarrà impunito”, “Hadi, il tuo assassino è Jean-Marie”: i manifestanti sfilano gridando davanti al Palazzo di Giustizia quando ha inizio il processo  con la speranza che alla fine la società si organizzi, che sull’assassino apertamente razzista, si abbatta una condanna esemplare. Con la sua morte, Hadi Benfartouk è diventato il simbolo di tutti quei giovani, quegli esseri, per i quali il colore della pelle è un handicap fatale. Uno slogan ironicamente xenofobo di certi manifestanti è: “Le PEN in Bretagna e la Bretagna indiPENdente”. Opinione vuole che se il processo può ammutolire – foss’anche per un attimo – quelli che dei loro sentimenti più bassi fanno uno stendardo, nessuno potrà contestarne l’utilità.
         Nella sala udienze, la Presidente Rontmartin ricorda i fatti, minacciando di sospendere l’udienza quando la disapprovazione del pubblico diventa troppo evidente. Ma i media hanno istruito gli antirazzisti, i quali si preoccupano di non “fare il gioco del Fronte nazionale”. La serenità dei sostenitori del giovane Arabo, la fiducia, perlomeno dissimulata, che ripongono nella giustizia del loro paese  sono i mezzi migliori per raggiungere i loro scopi, vale a dire il verdetto più severo nei confronti di Ronald Blistier e la chiamata  in causa del suo capo emblematico. Il tribunale fungerà anche da tribuna. Qualche simpatizzante dell’assassino è presente in sala, il mento incassato nel collo. I legali della parte civile hanno annunciato che richiederanno la comparizione di Jean-Marie Le Pen.
         E’ il caso più grosso al quale l’avv. Pierre Mine è confrontato, dacché fa questo mestiere. E’ anzi sulla ribalta: se Jean-Marie Le Pen non sarà interpellato, la scipitezza dell’omicida rischia di fare del difensore il solo nemico all’altezza per coloro che sostengono nella prova la famiglia di Hadi Benfartouk. Il ragazzino aveva quattordici anni quando Ronald Blistier gli tirò addosso come a un coniglio, con la carabina, in piena Parigi. Erano le nove di sera, Blistier e un amico stavano incollando manifesti per il Fronte nazionale, hanno cominciato a prendersela con un Arabo che passava, il ragazzo s’è dato alla fuga, mettendosi a correre, l’assassino l’ha ucciso, come per gioco. Quelli che incollavano manifesti hanno provato a svignarsela, ma i passanti li hanno trattenuti, chiamato i soccorsi, la polizia, ma Hadi era morto sul colpo. L’emozione era stata notevole, e ancora oggi,  quando la Presidente Rontmartin illustra il corso degli eventi, la sala manifesta. Fin dal fermo, Blistier ha riconosciuto  i fatti ed è stato incarcerato. Per spiegare il suo gesto, disse che gli Arabi non gli piacciono, che starebbero tutti meglio se tornassero a casa loro. Hadi Benfartouk era nato in Francia da genitori francesi.
         Fuori, l’atmosfera è meno formale. Circola persino una specie di allegria tra i manifestanti, nello stare tutti insieme, con pieno diritto, in simbiosi morale. Per loro, Ronald Blistier non è abbastanza come assassino, combattere efficacemente Le Pen è richiedere ch’egli venga ufficialmente tirato in ballo nel caso, mostrare che non si tratta del presidente di un partito politico, bensì del capo di una banda di sicari: persino Al Capone avrebbe avuto i suoi elettori. E’ bel tempo, fa un po’ fresco, stanno bene tra di loro. Simili raduni sono stati incoraggiati dai genitori di Hadi Benfartouk. Spinti dalle domande sull’eventuale atteggiamento dell’avv. Mine, hanno sperato che la difesa non facesse ostruzione al pieno chiarimento del caso. Per Mine, è come se gli si chiedesse di non fare ostruzione alla  piena condanna del suo cliente, giacché il caso non sembra nascondere nulla di segreto sul quale far luce, e persino il Fronte nazionale non ha mai richiesto che la legge che punisce l’omicidio venga emendata in funzione della razza delle vittime.
– Gli Arabi non mi piacciono. Ci rubano il lavoro. Non ho avuto un’infanzia felice, dice Ronald Blistier quando la presidente Rontmartin gli rivolge la parola, gettando Mine nello sconforto, tanto un avvocato preferirebbe difendere cento assassini piuttosto che un imbecille. I Neri non sono meglio, eppure non ne ho mai ammazzato uno, aggiunge Ronald Blistier per mostrare che tuttavia non c’è rapporto alcuno tra il delitto compiuto e il suo razzismo. Sì, sono razzista – dice – ma non vado mai all’estero, se gli stranieri non venissero a casa nostra, non avrebbero mai a patire da me.
Mine lo fa tacere, non senza sforzo, ma Blistier ha fiducia nel suo avvocato: non glielo hanno scelto per caso.



(da:   Le procès de Jean-Marie Le Pen
di      Mathieu Lindon, P.O.L., 1998)
 traduzione dal francese di Jacqueline Spaccini


mercoledì 2 maggio 2012

Tradurre da una lingua seconda (francese anziché inglese)


PAUL AUSTER il viaggio di Anna Blume et alia

dipinto di Alice Nieri foto ©JSpaccini


Premessa
Non è stato facile, questo libro (in italiano: Nel paese delle ultime cose). L'ho dovuto riprendere in mano tre volte, per entrarci dentro.
Iniziavo, leggevo le prime righe e qualcosa in esso mi respingeva.
Complice forse la copertina della versione francese (il titolo originale è In the Country of Last Things), sentivo che mi attendeva qualcosa di forte, di ostico, qualcosa che richiedeva ben più dell'amorevole attenzione cui dedico alla lettura.


Frettolosamente, dicevo: Non mi prende, stavolta, Paul Auster .

Ma poi, a distanza di qualche mese mi imponevo di riaprire le pagine di questo romanzo: Non è possibile. Non può NON piacermi. Amo tutto, di Auster...


Hopper




Ho preso una scorciatoia dell'intelletto. Ho deciso di leggerlo come se dovessi tradurlo in italiano. E il primo incanto s'è sciolto come un grappolo d'uva moscato in bocca: le parole. Curate, precise, per nulla arzigogolate. Parole che non lasciavano scelta: prendere o lasciare. Auster non giocava con la metaletteratura com'era solito fare; non faceva il verso compiaciuto a se stesso dell'estrema sua intellettualità.

Questa Anna Blume, a dire il vero, non è per nulla simpatica. E la quasi totale assenza di dialoghi (il romanzo è narrato sotto forma di diario su un improvvisato quadernetto destinato a un suo ex amore ancora nel suo cuore - a noi lettori -) all'inizio infastidisce.

Ma è nella crudezza del taglio semantico, nella totale riluttanza a commuoverci che sta la carta vincente di questo anomalo romanzo. All'inizio ci si chiede se non ci si debba attendere la rivelazione di un Paese nascosto, qualcosa da scrostare dietro la storiella del Paese senza nome in cui vive prigioniera Anna: sarà la rappresentazione dell'URSS staliniana? O forse un qualunque Stato ove governi dittatoriali si avvicendano affamando i loro cittadini? Tutto è surreale? Una fiaba amara? Fantapolitica? Esse est percipi, alla Berkeley? Nulla è esistito se svanisce?


Macché, macché. Non ha nessuna importanza tutto ciò.
Che questa storia sia nata da un evento reale o da un incubo austeriano, quel che conta è Altrove.
E' nell'essenza stessa dell'umano esistere. E delle relazioni terrene.
E' una sorta di ipotesi ragionata sull'homo hominis lupus: in un Paese in cui si uccide per una crosta di pane e che quando il pane non c'è più, si mangiano topi con ancora i peli addosso e quando anche i topi vengono meno si smembrano corpi umani che non sono ancora cadaveri, c'è ancora posto per la filosofia, l'amore, l'Idea?

foto prelevata dal blog hopersoiltreno.blogspot.com
Si può restare uomini e donne degni di questo nome?

Se no, che cosa si diventa? L'abisso ha una fine o è incalcolabile?
E se, invece, a dispetto di ogni logica, c'è spazio per un sì, come avviene ciò - e soprattutto attraverso quale forza eversiva, tale da superare la insopprimibile prepotenza della fame e dell'abbrutimento, la sopraffazione prevaricatrice della sopravvivenza (nel romanzo ci sono anche le sette suicide, ma non anticipo troppo) -?

Il romanzo ha una trama forte, spiazzante, ma perfettamente coerente. Ad Anna si affiancheranno numerosi compagni di viaggio (la maggior parte di essi si perderà per strada): Isabella, Sam, Victoria, Boris, Willy, Bogat, Ferdinand (notate l'eterogeneità dei nomi. Attraverso di loro, Auster abbraccia lingue e Paesi a noi noti). E' un mondo in cui i libri sono buoni per riscaldare e vanno bene per il braciere, tanto vi fa freddo.

Ma nonostante tutto, sopravvivono solo coloro che coltivano una speranza: quella di andarsene, ma anche quella di sentire di non appartenere a nessun luogo.

Rouault I tre clowns
In un passaggio del libro, Anna dice di Boris Stepanovich: "assumeva il ruolo del clown, del brigante e del filosofo, ma più lo conoscevo, più percepivo tali ruoli come aspetti di un'unica personalità che sfruttava le sue svariate armi nel tentativo di riportarmi alla vita. Siamo diventati cari amici, e verso Boris conservo un debito grande per la sua compassione, per gli attacchi obliqui e persistenti che lanciava contro i bastioni della mia tristezza" (traduco all'impronta).

Oppure, altrove: "Era come essere un confessore, diceva [Sam, n.d.r.], e poco a poco si è messo a misurare tutto il bene che si fa quando si permette alla gente di sfogarsi - quel salutare effetto di pronunciare le parole, di lasciarle uscire. Parole che raccontano quel che è successo a ciascuno di noi. [...] Farsi passare per un dottore gli aveva improvvisamente dato accesso ai pensieri intimi degli altri, e questi pensieri cominciavano ora a far parte di lui. Il suo mondo interiore è diventato più vasto [...]".

La speranza fa ripartire. Anche se tutto non è null'altro che illusione.

La fine è solo immaginaria, una destinazione che inventi per continuare ad andare avanti, ma arriva il momento in cui ti rendi conto che non ce la farai mai. Può darsi che tu sia costretto a fermarti, ma allora sarà perché hai poco tempo davanti a te. Ti fermi, ma questo non significa che sei arrivato fino in fondo.E il romanzo non finisce qui. Non con questa frase finale.



domenica 22 aprile 2012

Tradurre Fred Vargas

 TRADURRE FRED VARGAS



ORIGINALE FRANCESE :

           Clément remercia longuement et repartit vers Montparnasse. Il était presque sept heures du soir et Gisèle avait dit de faire vite s’il voulait attraper la vieille Marthe avant qu’elle ne replie la boutique. Il dut demander son chemin plusieurs fois en montrant son papier. Enfin, la rue de Nevers, le quai, et les boîtes en bois vert bourrées de livres. Il scruta les éventaires, il ne repérait rien de familier, il fallait encore réfléchir. Gisèle avait dit soixante-dix ans. Marthe était devenue une vieille femme, il ne devait pas chercher la dame aux cheveux bruns qu’il avait en mémoire. [per continuare a leggere, prendere il libro in francese: Fred Vargas, Sans lieu ni feu].

Ecco la proposta di traduzione in italiano elaborata con i miei studenti di 3° anno [qui non c'è nessun riferimento alla traduzione italiana del romanzo, pubblicata da con il titolo Io sono il tenebroso]


Clément ringraziò a lungo e ripartì per[1] Montparnasse. Erano quasi le sette di sera e Gisèle gli aveva detto di fare presto[2]  se voleva beccare[3] la vecchia Marthe prima che chiudesse bottega.
Dovette chiedere la strada parecchie volte mostrando il foglio[4]. Giunse infine in rue de Nevers, al lungofiume[5] e ai contenitori[6] di legno verde stracolmi di libri. Scandagliò le casse[7]: non riusciva a trovarvi nulla di familiare, doveva[8] riflettere ancora. Gisèle aveva settant’anni. Marthe era diventata una vecchietta, non doveva cercare la signora dai capelli scuri che ricordava[9].
Di spalle, una donna anziana dai capelli tinti e gli abiti vivacemente colorati[10], stava ripiegando una sediolina[11] di tela. Si voltò e Clément premette sulle labbra con la punta delle dita[12]. Era la sua Marthe. In versione vecchietta[13], va bene, ma era la sua Marthe, quella[14] che gli passava la mano sui capelli[15] senza trattarlo da cretino. Si asciugò il naso e attraversò col verde gridando il nome di lei.
La vecchia Marthe esaminò l’uomo che la stava chiamando. Quel ragazzo sembrava[16] conoscerla. [Era] un uomo sudato, bass[ett]o e magro, con una fisarmonica blu sotto al braccio che portava come (fosse) un vaso di fiori. Aveva un nasone, occhi spenti, pelle bianca e capelli chiari. Clément s’era piazzato[17] davanti a lei, sorrideva, riconosceva tutto, era salvo.
-      Sì?, chiese Marthe.
Clément non aveva immaginato che Marthe non lo riconoscesse[18] e fu preso nuovamente dal panico[19]. E se Marthe l’aveva dimenticato? E se Marthe aveva dimenticato tutto? E se aveva perduto la testa?  Con l’animo svuotato, non gli venne nemmeno in mente di dire il proprio nome[20]. Posò a terra[21] la fisarmonica e cercò febbrilmente il portafoglio. Ne tirò fuori con cautela la carta d’identità e la tese a Marthe, con fare[22] inquieto. Era molto affezionato[23] alla sua carta d’identità.
Marthe alzò le spalle e guardò quel documento logoro[24]. Clément Didier Jean Vauquer, [di] ventinove anni. Embè, la cosa non le diceva proprio nulla. Guardò l’uomo dallo sguardo perso[25] e scosse la testa, un po’ dispiaciuta. Poi guardò di nuovo la tessera[26], poi l’uomo che respirava rumorosamente. Sentì che doveva fare uno sforzo, che il tizio aspettava disperatamente qualcosa. Ma quel volto magro, tignoso[27] e impaurito[28], non l’aveva mai visto. Tuttavia, quegli occhi quasi in lacrime, e quell’attesa ansiosa, le dicevano qualcosa. Lo sguardo[29] vuoto, le orecchie piccole[30]. Un vecchio[31] cliente? Impossibile, troppo giovane. L’uomo s’asciugò il naso con il dorso della mano, col gesto rapido che hanno i bambini privi di fazzoletto.
-      Clément…? mormorò Marthe. Il piccolo Clément…?

N.B. Ad andare a controllare è sempre meglio: quando avete un riferimento topografico certo, consultate google map!


[1] Verso / in direzione di /
[2] Fare in fretta / affrettarsi
[3] [acchiappare/cogliere] Si è aggiunto un *gli* perché il soggetto in francese è espresso da *il* non tradotto in italiano. Sicché, senza quel *gli*, il soggetto di *beccare* resterebbe Gisèle.
[4] Documento?
[5] Vedi immagine successiva e mio N.B.
[6] In effetti, i francesi dicono boîtes, non è quindi una esemplificazione di Clément. *Contenitori* mi pare una buona traduzione.
[7]Il dizionario dice *bancarelle*. In realtà, in Italia, una bancarella è altra cosa, ma rende comunque l’idea. Possiamo anche tradurre: casse, cassette, banchi.
[8] Occorreva, bisognava
[9] Aveva in mente
[10] Dai colori vivaci
[11] Seggiola (piccola sedia non esiste)
[12] Appoggiò le dita sulle labbra Letteralmente: *posò le dita sulla bocca* (= non significa nulla in italiano)
[13] Purtroppo non posso mantenere il maschile
[14] *Colei*, se vogliamo essere raffinati
[15] In realtà, in italiano, si usa dire *passare le dita tra i capelli*
[16] Aveva l’aria non si dice, o meglio: si dice ma è un po' francese.
[17] piantato
[18] È la forma più elegante. Altrimenti: condizionale passato (che non l’avrebbe riconosciuto)
[19] Si preferisce al passivo
[20] (di dire) come si chiamava
[21] *Posò* e basta in italiano… non basta!
[22] Automatismo linguistico
[23] Il verbo amare sarebbe davvero fuori luogo, qui. Va bene anche (ma un po’ meno bene): *ci teneva tantissimo alla sua carta…*
[24] Consunto (la carta e basta non va bene. Ripetere per la terza volta *carta d’identità* mi pare troppo).
[25] Incerto, perso, vuoto, vago
[26] Per non ripetere carta d’identità o documento
[27] cocciuto
[28] Pauroso
[29] Gli occhi vuoti… NO., penserei a degli zombies
[30] Non si può tradurre *orecchiette*  penserei o alla pasta barese oppure ai coins frottés des cahiers
[31] Nel senso di ex, anche.