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martedì 25 febbraio 2014

En sa mémoire de Giuseppe Ungaretti

La poesia originale in italiano è qui.




En sa mémoire - Giuseppe Ungaretti

Son nom était
Mohammed Sceab

il descendait
des émirs nomades
il s’est suicidé
parce qu'il n’avait
plus de Patrie
Il aimait la France
et changea de nom

Il fut Marcel
mais pas Français
Il ne savait plus vivre
sous la tente des siens
où l'on écoute
la cantilène du Coran
en savourant du café

Et il ne savait
pas délier
le chant
de son abandon

Je l'ai accompagné
avec la patronne de l'hôtel
où nous vivions
à Paris
depuis le numéro 5 de la Rue des Carmes
une ruelle en pente et flétrie

Il repose 
au cimetière d'Ivry
un faubourg qui paraît
éternellement
dans un de ces jours
de foire décoiffée

Et peut-être moi seul
sais encore
qu'il a vécu.

Traduzione di 

Jacqueline Spaccini

sabato 9 giugno 2012

Dal francese all'italiano. Come cambia una poesia: spostamenti

Esercizio. Si prenda una poesia contemporanea da un sito web come Poésie française (clicca qui) e la si traduca. Scelgo Mise en scène di Michèle Corti.
Si tratta di un poema che ricorre alle classiche figure retoriche e di stile: metonimia/sineddoche/analogia/metafora... una poesia, insomma, dotata di un forte linguaggio figurato e per ciò stesso molto visiva. Il verbo è tutto al futuro come fosse vagheggiamento, sogno. La  natura è protagonista prepotente ben più degli esseri umani. Ognuno ha un suo posto. Non a caso, il titolo della poesia di Michèle Corti (che non conosco) è Mise en scène (che poi è la messa in scena nel senso di *allestimento/regia teatrale*). Per dare maggiore efficacia alla traduzione, lasceremo il titolo in originale (come si fa con certi film americani di oggi).
Se confrontiamo il testo originale con la mia traduzione qui sotto riprodotta si noterà che ci sono alcuni spostamenti (il soggetto in posizione di complemento oggetto e viceversa), nonché qualche piccolo intervento sul lessico o sulla grammatica. Tutto ciò è normalissimo: 1) in italiano (più difficile in francese) si gioca facilmente con la posizione del soggetto e del complemento oggetto (le vent ramenera le soleil), contribuendo (almeno nelle intenzioni) con l'introduzione di un'ambiguità di breve effetto (riporterà il vento il sole: è il vento che riporta il sole o il contrario?) ad aumentare la poeticità del verso. Stessa motivazione per: agg. possessivo + aggettivo qualificativo + nome (à leurs pieds impatients) riproposto con uno spostamento (sui piedi loro impazienti); 2) la neve di petali non esiste in italiano, bensì - per quanto immaginifica - la nevicata); 3) quanto alle onde/ondate di ghiaia, il verbo *déferler* sta a indicare le due azioni dell'onda (o della serie di onde) che si gonfia: essa si innalza e poi si abbatte. Letteralmente: «infrangersi schiumando approssimandosi a un ostacolo o alla riva» [Se briser en écumant à l'approche d'un obstacle, du rivage, TLFi]. Quale senso vogliamo privilegiare? Si conta: déferler *sur, contre, dans, vers, en*. L'autrice introduce *aux* (in realtà = * à leurs*), ma l'italiano *ai piedi* ammette *s'infrange ai piedi* ma trova cacofonico e fuorviante  *infrangendosi ai piedi* (mi viene subito in mente un atto devozionale). 
Il risultato finale nella sua versione italiana è quello proposto qui di seguito:


 

www.comune-italia.it foto di Cavenago d'Adda

Michèle Corti : Mise en scène   


Ci saranno risate
e vetri rovesciati
un brivido di seta lacerata
sul davanzale del cielo
e l’occhio tuo blu come pervinca.

Ci sarà una nevicata di petali
dalla peluria tenera
sulla gota dei bocciòli.
La pioggia giocherà a campana nei rigagnoli
e la tua mano sminuzzerà sogni
per gli uccellini appena nati.
Ci sarà lo scricchiolio delle scale
sotto le sgroppate dei bimbi
e onde di ghiaia sonora
s’infrangeranno sui piedi loro impazienti.

Riporterà il vento il sole
attraverso le crepe nelle nubi
la scena s’illuminerà
e la primavera timida ancora un poco
starnutirà in un fazzoletto
profumato alla violetta.

(trad. di Jacqueline Spaccini)

Tradurre la poesia croata (Vesna Parun)

mok.hr

Per tutto ha colpa la nostra infanzia*

Siamo cresciuti soli come piante
ed ora siamo esploratori
di contrade disertate dalla fantasia
ignorando l'obbedienza del male.

Siamo cresciuti per le strade
e con noi è cresciuta la nostra paura
degli zoccoli selvaggi che ci avrebbero schiacciati
e dei muretti dei campi che avrebbero diviso
la nostra gioventù.

Nessuno di noi ha tutte e due le braccia.
Due occhi indenni. Né un cuore
ove un grido non trovi riparo.

In noi entrava un mondo discorde,
feriva le nostre fronti
con il fragore delle sue verità omicide
ed il baccano delle stelle tardive.

Ci facciamo vecchi. E le fiabe vengono a noi
come un gregge una luce segue in lontananza.
E simili a  noi sono i nostri canti:
gravi e tristi.

(traduzione di Jacqueline Spaccini)

* Vesna Parun,  Za sve su kriva djetinjstva naša (Clicca sul titolo croato per consultare la poesia nella lingua originale)

Cfr.  Né sogno né cigno, Spring edizioni, 1999

Tradurre una poesia in rima per esprimere l'ironia (dal croato all'italiano)

[Per la riflessione traduttiva, leggi qui

Zašto je umro slon

(Vesna Parun)

 

U šumi eukaliptusa živio dobričina slon

svakome spreman da pomogne,
al mravima posebno sklon.
Žao mu bilo gledati ih, onako malene, kako se muče
i kako s golemim trudom svaki
slamčicu svoju uz brijeg vuče.
Zato je šumom gustom oprezno koračao
pazeć da slučajno ne bi
nogom na mravinjak stao,
ili da ne bi u žurbi veselom nekom mravu
nožicu zgnječio ne hoteć, il – ne daj bože – glavu!
Gledao je slon kud gazi, da ne može bolje.
Al sigurno je sigurno.
I mravi dobričinu zamole
neka hoda što manje, pod drvetom nek stoji
nepomičan, dakako, i – ako je moguće –
samo na jednoj nozi, pa bilo mu hladno il vruće.
A ako mu je dosadno – slamčice može da broji,
to je prilično zabavno; a oni, sa svoje strane
oduûit će mu se – netom prilika bude za to!
I tako na jednoj nozi poživje dobričina slon
godinu dana i više, i vecma izgladnje on.
Niti je jeo nit pio, a i spavao je kojekako –
dobričina biti, hm, nije: uvijek baš lako.
Već su mu i rebra provirila ispod kože!
Najzad i mravi uvide da tako više ne moûe
i da će stari slon od gladi naprosto umrijeti.
Tada se jedan mrav iz pristojnosti sjeti
i slonu predloži:
Samo ti, starkeljo, lezi!
Ništa se ne boj. U naš dom,
na žalost, ti ne možeš ući;
al nije lijepo da se sad pravimo Englezi
i da te samog ostavimo!
Mi ćemo slamčice vući
i mrvice, i zrnje, i obilno te hraniti.
Ta tvoji smo prijatelji, i dužnici štoviše!
Psst! – prekinu ga ostali mravi – tiše!…
Dobričina slon umire: zaklopio je oči
i, po svemu sudeći, ne čuje nas više!…
I mravi se, da ne dangube, uokolo razmiliše
za svojim svagdašnjim poslom,
iskreno ucviljeni,
i još su dugo, dugo zdravi bili i živi.
Zapravo, ako razmislimo, oni i nisu krivi
što su tako sitni, te su i usluge njihove
takoćer tako neznatne, da ne mogu golemom slonu
uzvratiti jednakom mjerom.
Slon ima surlu i kljove,
i jak je i mudar; al treba dobro da otvori oči
kad bira prijatelje, da baš ne izabere onu
najmanju pasminu mravlju, kojoj je od postanka
mjera za ovaj svijet
i za ljubav – sićušma slamka!
colorare.it

 

Versione italiana 

Perché morì l’elefante

Nella foresta di eucalipti quieto viveva un elefante,
a chiunque pronto a dar soccorso,
e verso le formiche particolarmente ben disposto.
Spiacevagli veder l’affanno che si davan le piccoline,
e con quanta fatica le pagliuzze trascinavano dalle colline.
Pertanto, avanzava nella folta foresta,
assennatamente, e con la vista lesta
a non porre imprudentemente un arto
su di un formicaio, o nella fretta
a schiacciar di graziosa formica la zampetta
né – dio non voglia – incauto, il capo!
E meglio che poté, l’elefante verso il guado guardò.
Questo è poco, ma certo.
E le formiche il pacato elefante pregarono
di restar fermo sotto un albero, a mo’ di sentiero meno erto,
e se possibile solo su una zampa, con la pioggia e il bel tempo.
Se si fosse seccato, le pagliuzze contasse: un divertimento;
per loro conto, al momento dato, il debito avrebbero saldato.
Così su di una sola zampa visse calmo l’animale per anni e più,
avvertendo però una gran fame. Senza bere né mangiare,
e dormendo in modo invero poco abile
da mite ragionare, eh, non sempre è così facile.
Ormai le costole trasparivano dalla pelle
anche le formiche, quelle, capirono di non poter seguitare:
il vecchio elefante di fame morto sarebbe a lungo andare.
Una formica allora si ricordò delle buone pose
e al pachiderma propose:
Ma coricati, dunque, vecchietto!
Di nulla non temere. Ahimè, sotto il di noi tetto
non puoi entrare; ma certo non sarebbe molto aggraziato
se ora facessimo gli Inglesi, lasciandoti solo e abbandonato.
Trasporteremo noi le pagliuzze, noi formicuzze
e a vagonetti ti nutriremo di granetti.
Siamo tuoi amici no, anzi, siam tue debitrici!
- Sshh! - l’interruppero le altre formiche - Taci!
L’elefante sereno sta morendo: orsù,
ha chiuso gli occhi e – suppergiù – non ci ascolta più!
E le formiche, per non perder tempo,
alla comune vita lavorativa ripensarono un momento:
restarono a lungo vive e vispe
ma sinceramente meste.
Invero, a ben pensare, bisogna esser malevoli
se perché piccole vogliamo farne colpevoli,
i loro servigi furono di così poca grandezza
che all’elefante in egual misura non resero la stazza.
Egli possedeva proboscide e zanna,
forza e assennatezza,
ma nella scelta degli amici
gli occhi occorre tenere vigili,
ché nella razza degli insetti per colpa forse della taglia
il mondo come l’amor –
non son più grandi di un fil di paglia.
(traduzione di Jacqueline Spaccini) 
terranauta.it

martedì 1 maggio 2012

Traduzione di poesia francese (Sables di G. Le Meur)

Le Sabbie di Gérard Le Meur

GÉRARD LE MEUR

 

SABBIE (1)

PREFAZIONE DI PREDRAG MATVEJEVIĆ

Ho incontrato, e riconosciuto, Gérard Le Meur. Perché non so, ma Gérard è uno che riconosci in mezzo agli altri. Non saprei nemmeno riuscire a raccontare la sua vita o riassumere quel che ha scritto. Una volta mi capitò sotto mano qualche frammento, raccolto alla bell’e meglio in un vecchio quaderno, annerito da una grafia finissima, quasi indecifrabile. Dopo, decisi di andarlo a trovare. Ma era profondamente malato.
Viveva (e vive ancora) in uno dei più modesti quartieri periferici di Parigi, di quelli che non conosceranno riabilitazione (se non tra vent’anni); stretto in uno spazio angusto, una monocamera da condividere con la compagna. Un po’ a casaccio, un po’ dappertutto, mucchietti di libri d’ogni genere (poesia, per lo più) a ingombrare ripiani e un tavolino. Accanto, oggetti di prima necessità, un divano, la piastra elettrica, lo scaldabagno, un lavandino…
Lo incontro nuovamente, mi dice di stare “meglio del solito”. Ha deciso (lo farà?) di non prendere più “quelle medicine che asfissiano”, di limitare al minimo necessario le visite dal medico, di voler evitare l’andirivieni con l’adiacente ospedale; persino “i lunghi soggiorni”. E’ concentrato e dispersivo insieme, colto o ignorante a richiesta, ora delicato ora sprezzante (soprattutto nei confronti di se stesso). Parla a voce bassa e talvolta il fiato si perde in un mormorio sommesso, biascicato, è lui stesso a definirli “mormorii d’una vita dimenticata”, “sabbie”, “silenzi”. Potevo immaginare la seconda vita di un Hölderlin.
In quest’occasione, parliamo, tra l’altro, di Nerval e del suo “attraversamento dell’Acheronte” – Gérard completa, con precisione perfetta, i versi del Desdichado, confusi nella mia memoria. Fa un cenno di consenso con la testa, quando leggendo i suoi poemi, avanzo ipotesi geopsicologiche e similitudini letterarie: tra un Rimbaud che insegue le sue “penisole al largo” e un Artaud che si libera dalla “crudeltà” del suo teatro quotidiano. Mi sembra più prossimo al primo per le sue derive, al secondo per il comune destino. Una vita da recluso in cui uscire di casa equivale quasi ad una scappatella: “In tutta la mia vita, sono andato una sola volta all’île de la Cité…”
Gérard Le Meur ha cinquant’anni (è nato a Parigi nel 1948, da padre bretone e madre parigina). Scrive “da sempre”. Forse iniziò, chissà dove e come, “ancor prima di nascere”. Quando lo cito, sorride. E d’improvviso si apre, proprio mentre gli parlo di certi suoi poemi, del modo secondo il quale intendo sceglierli. “Lascia pure perdere quel che ho potuto scrivere sotto effetto degli psicofarmaci – mi interrompe – te l’ho detto, asfissiano”. Gli mostro il testo della scelta fatta, già stampata. Lo scorre rapidamente, abbozzando un gesto di benedizione (poi mi ricorda che lui non è affatto credente, semmai anarchico, forse).
La donna che siede accanto a noi ha legato la sua vita a quella di questo bretone. Il destino stesso (se Gérard mi passa il termine) li ha uniti. Anche lei è fragile, vulnerabile, improvvisamente allegra e poi di nuovo ansiosa. Non dimenticherò la limpidezza adolescente del suo sguardo, la voce di cristallo, i lineamenti delicati del suo volto. Il suo nome, Selma, viene da lontano, dai suoi antenati bosniaci; la sua lingua materna è il francese – un francese straordinariamente puro. Se parlo qui di lei è perché è parte integrante della poesia di Gérard; anzi, lei è quella parte di poesia che si concede alla speranza, che impedisce l’approssimarsi definitivo dell’oscurità nichilista e disperante. “Ci siamo spartiti la sofferenza”, dice in sordina uno dei versi della raccolta.
Gérard accetterà, non senza stupore, la pubblicazione di una selezione dei suoi scritti. Ora sono molto lieto di poterne rileggere qualche frammento nella traduzione italiana, qui, nelle pagine di Linea d’ombra.
Ho voglia di rivedere lui e Selma. In qualche modo, la pubblicazione di questi versi un anno fa e, oggi, questa prima traduzione portano alla loro vita comune un piccolo segno di riconoscimento, giustifica e riassume nel contempo il male e la fiducia. Riconforta e salva dall’oblio, quello definitivo, visto che, se all’interno del suo ospedale psichiatrico, Gérard si rende ancora conto del cambio delle stagioni e del passaggio dal giorno alla notte, non è però più in grado di dire in quale mese dell’anno siamo, né che ore sono.
Non mi capita spesso di scrivere delle prefazioni così. D’altronde, non so se l’abbia mai fatto con altrettanta convinzione e complicità.
Roma-Parigi, maggio 1998
(traduzione dal francese di Jacqueline Spaccini)
da Sables:

VIII

Alla memoria di Patrice, anarchico
Morto adolescente
Il tiglio e l'edera rampicante
A crepitare nella pelle
Gli occhi straboccanti di febbre


Io ti chiamo così
Sogno di sangue e di memoria
Piangono il cielo e quel che vi è sopra
Fratello per la morte e per l’oblio.
Vieni tranquillo
Inutile ardore
A calmare l’urlo
Di colui che ti onora
Il fuoco che fu portato sulla terra
Provengono brividi dal vittimario
Ancora ossessionano lo spazio
E in questa notte senza traccia
Ti addormentasti per le città e anche
Per l’universo che sovrasta l’universo
Ombra e sarcasmo senza limiti
T’aspetta dunque il fanciullo
Che fisserà il suo mondo
E con un dito quest’universo
Sconvolgerà.

XV

Testamento
Quando la morte avrà preso la mia parte d’ombra
I vetri verranno chiusi dalle rose
Come il sale alla sabbia si confonde
Come il vinco alle dita si lega
Dirò addio a Lazzaro
Nell’attesa di te le mie labbra saranno
Per tutto il tempo che occorrerà
E ti accoglierò per un nuovo sogno,
Un corpo abitato dalle macerie
Della notte.
XXXIV
Non vedo che il buio lentamente agitarsi,
E l’alba che si leva dopo una notte di esilio
Si rovescia al crepuscolo il battello d’abete
La terra è rivoltata dallo sguardo dei morti
O notte aperta offri i tuoi occhi
Ai chiarori della mia mente
Parla a codesta testa avvolta nel drappo del lutto
(Per nascondervi le lacrime)
Acropoli ha distrutto il sole di mezzanotte
E il ghiaccio col suo mistero
E l’aurora col suo frutto
Ecco appressarsi il tempo della menzogna
E del sogno ove l’oblio come arcobaleno dorme
Sulle Ande su cui cantava il continente di fuoco
Ferruginosa terra in preda alla tormenta
Tu che avesti le mani bianche
Giovinetta di anche
Sento il mio cuore spezzato
Dalla vita sconfessato.
XLIII
La notte ti restituirò e l’autunno e settembre
Zuppi di sale e glicini i tetti
Ecco che tornavano gli uccelli
Per questi inseguiti cieli
Salivano altre colline
Le tre rose del libro avrà ucciso l’estate
Vi appassivano le foglie ingiallite dell’erbario
Senza viso né fiato e senza selce da ascoltare
A trappole assomigliano i sognatori di stasera
Attorno a me restano cosa incerta i rumori
Il resto del poema divoreranno gli uccelli.
XLVI
Le lettere del vespro e
Quelle del mattino
Del vespro che soffoca e si spenge
Stanchezza del lavoro addormentato
Sotto la carta assorbente vicino al gelsomino
Il cui filare fa da cammino
Del mattino dall’eterna erbetta
La fuga delle strade
Crocevia alle (com)piante (2)
La corsa dove il respiro come
Un arco si tende
Corpo ove le nubi si addensano
Presso un fumo aspro
Di città in cui i battelli
Scaricano l’aria di un cielo
Senza prigione né dolore.
LIV
Di lontano, dal cielo che si illumina
Di certo non ci si batte per la pioggia
Né per i rami frondosi
E nemmeno per l’acqua dei baci passeggera
L’aridità della gola
Delle infinite estati del vento
Il morso che t’offro
Più a nessuno servirà
Si richiude la porta su di noi
Nell’ora in cui tacciono gli usignoli
Sigillo son rimaste le tue labbra
– Dai tuoi ai miei –
forgiando un’identica assenza
I tuoi occhi rovesciati dal cielo
Fuggono lo sguardo assente e vuoto
guarda, gli uccelli ti abbandonano.

LV
Quando cessa il tempo d’amare
La luce soffia la speranza
E il ricordo del verbo
Porta la nuova primavera.
(traduzione dal francese di Jacqueline Spaccini)

Parigi, agosto 1998
____________________
Pubblicato da Linea d'ombra. Milano, n°136, settembre 1998, pp.42-45



(1) Sables, poèmes. L’Esprit des Péninsules, 1997, pagine non numerate.
(2) Il gioco di parole in francese era tra plantes (piante) et plaintes (lamenti). Tradurre letteralmente avrebbe fatto perdere l’effetto congiunto dato dai significanti e significati (N.d.T.).

giovedì 19 aprile 2012

René Char, il poeta

Photo by Roger Munier www.rogermunier.com (per gentile concessione)




Je voudrais que mon chagrin si vieux
soit comme le gravier
dans la rivière: tout au fond.

Mes courants n’en auraient pas souci.

(René Char)

Vorrei che il mio antico dolore
fosse come la ghiaia
nel fiume: giù nel fondo.

Le mie correnti non se ne darebbero pena.

(trad. Jacqueline Spaccini)

mercoledì 10 agosto 2011

La poesia (in realtà una lettera) erotica di George Sand

 

George Sand - cioè Aurore Dupin, nella vita di tutti i giorni - scrive una lettera d'amore al suo Alfred de Musset sotto forma di poesia. Siamo nel 1835.

La riporto qui per intero:
Je suis très émue de vous dire que j'ai
bien compris l'autre soir que vous aviez
toujours une envie folle de me faire
danser. Je garde le souvenir de votre
baiser et je voudrais bien que ce soit
là une preuve que je puisse être aimée
par vous. Je suis prête à vous montrer mon
affection toute désintéressée sans cal-
cul, et si vous voulez me voir aussi
vous dévoiler sans artifice mon âme
toute nue, venez me faire une visite.
Nous causerons en amis, franchement.
Je vous prouverai que je suis la femme
sincère, capable de vous offrir l'affection
la plus profonde comme la plus étroite
amitié, en un mot la meilleure preuve
que vous puissiez rêver, puisque votre
âme est libre. Pensez que la solitude où j'ha-
bite est bien longue, bien dure et souvent
difficile. Ainsi, en y songeant j'ai l'âme
grosse. Accourez donc vite et venez me la
faire oublier par l'amour où je veux me
mettre.

George Sand à Alfred de Musset (1835)


Traduzione mia:


Sono emozionatissima nel dirvi che ho
 capito benissimo l'altra sera che avevate 
sempre una voglia matta di fare un po' 
di ballo. Conservo il ricordo 
d'amore e vorrei proprio che sia
questa una prova che posso essere da voi amata
con tutta la forza. Sono pronta a mostrarvi il mio
affetto disinteressatissimo, senza calcolo ma-
culo e se volete anche vedermi
svelarvi senza artifizio alcuno la mia anima
completamente nuda, venite a farmi visita.
Chiacchiereremo con franchezza, da buoni amici.
Vi proverò che sono la donna
sincera capace di offrirvi l'affezione
più profonda com'anche la più stretta
amicizia, insomma, la prova migliore
che possiate sognare poiché la vostra
anima è libera. Pensate che la solitudine che mi am-
mazza è lunga, durissima e spesso
difficile. Così, riflettendoci sopra, ho l'anima
gonfia. Accorrete presto e venitemela a 
far dimenticare con quell'amore in cui mi voglio
infilare tutta.


Che noia, com'è stucchevole, direte. Già.
Il fatto è che non è per nulla quel che sembra.
Leggetela saltando le righe pari.
Mi direte. 

Jacqueline Spaccini@2010

mercoledì 7 luglio 2010

La canzone di Marinella in versione francese

1) Sia data la Canzone di Marinella di Fabrizio De André:

 Versione italiana:

Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra a una stella

sola senza il ricordo di un dolore
vivevi senza il sogno di un amore
ma un re senza corona e senza scorta
bussò tre volte un giorno alla sua porta

bianco come la luna il suo cappello
come l'amore rosso il suo mantello
tu lo seguisti senza una ragione
come un ragazzo segue un aquilone

e c'era il sole e avevi gli occhi belli
lui ti baciò le labbra ed i capelli
c'era la luna e avevi gli occhi stanchi
lui pose la mano sui tuoi fianchi

furono baci furono sorrisi
poi furono soltanto i fiordalisi
che videro con gli occhi delle stelle
fremere al vento e ai baci la tua pelle

dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent'anni ancora alla tua porta

questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno, come le rose

e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose.

la canzone la si può ascoltare qui

2) Sia data la Romance de Marinella cantata da Roberto Ferri.

(non ho trovato le parole sul web, trascrivo io)

Versione francese:

Ça, c'est de Marinelle la romance
qui dans le fleuve un jour perdit sa chance
mais le vent la voyant être si belle,
du fleuve il l'amena sur une étoile.

Seule, sans le souvenir d'une souffrance,
d'un amour tu vivais sans espérance
mais un roi sans sa couronne et sans escorte
frappa un jour trois fois contre ta porte.

Comme la lune blanc était son grand chapeau
comme l'amour rouge était son grand manteau
tu le suivis pourtant sans aucune raison
comme un enfant qui suit naïvement un cerf-volant.

'y avait du soleil et quels beaux yeux t'avais
il te baisa les lèvres et tes cheveux soyeux
'y avait la lune t'avais les yeux d'l'enfance
il posa ses mains si grandes sur tes hanches

C'était des baisers et c'était des sourires complices
puis c'etait seulement l'odeur des fleurs de lys
qui te virent avec les beaux yeux des étoiles
frémir et palpiter comme une cigale

On dit que pendant que de là tu revenais
dans le fleuve qui sait comment tu y glissais
et lui qui ne voulut te croire morte
frappa cent ans encore, frappa à ta porte.

Ça c'est ca, Marinelle, ta romance
toi qui as volé sur une étoile errante
et comme toutes les plus belles choses
tu as vécu un seul jour comme les roses (2).

(la traduzione-adattamento è dello stesso Roberto Ferri, di cui non so molto)

VIDEO:


3) E veniamo alle riflessioni.
Il testo di De André è - mi pare - in versi endecasillabi (vedo qua e là dei dodecasillabi) a rima AA-BB, CC-DD, classica rima baciata.

Che cosa fa, Ferri?
Anche la sua rima è quasi sempre AA-BB, CC-DD (tranne all'inizio, quando la rima AA si ripete nella seconda quartina). Baciata, insomma. La lunghezza dei versi  è variabile, ma mi pare che cerchi di ripetere l'endecasillabo italiano, a sfavore dell'alessandrino che è verso francese per eccellenza.


Bravo, molto bravo nell'aver sostituito *pelle* con  *cigale* [= cicala] (apparentemente un tradimento, ma la resa poetica è intatta grazie alla presenza del verbo *frémir*).
La rima di *raison* con *cerf-volant* sarebbe in realtà solo visiva, ma grazie alla presenza di *enfant* all'interno dello stesso verso, rafforzato da (un pesantuccio a dire il vero) *naïvement*, il gioco è fatto.
Meno riuscita la rima *enfance* - *hanche*, piuttosto una assonanza, direi.
Ingegnosa la zeppa di *complices* per permettere la rima con *fleurs de lys* (italiano: sorrisi/fiordalisi).
La non-rima *romance* *errante* dell'ultima quartina, passa in cavalleria grazie alla nasalizzazione presente in entrambe le parole.

Conclusione: je vous tire mon chapeau, M. Ferri ! 

 P.S. Grazie, Julien, per aver riascoltato la canzone per me.


N.B. Potenza del Net. Ricevo un messaggio gradevolissimo dalla parte dello stesso Ferri, che ha avuto la gentilezza di scrivermi quanto segue:

Grazie per il suo commento
Alla mia traduzione “La Romance de Marinelle”

Grand merci de votre commentaire à ma traduction

Roberto Ferri

www.robertoferri.it

C'est moi qui vous remercie, M. Ferri.

lunedì 28 giugno 2010

Com'è difficile (per me) tradurre una poesia di Louis Aragon

Tradurre poesie dal francese all'italiano e viceversa, rischia sempre di rivelarsi una fatica improba, quanto inutile. Penso a Baudelaire e per quante traduzioni delle sue magnifiche Fleurs du Mal abbia letto, non ve n'è alcuna che (mi) soddisfi. 
Il traduttore c'entra poco o niente, Baudelaire non è traducibile come vorremmo. Lo stesso dicasi per Leopardi: quello che ritrovo francesizzato è orripilante, davvero. Un poeta minore, si direbbe. 
Il fatto è che le nostre lingue (ognuna definisce l'altra, vicendevolmente, transalpina) si assomigliano nei significati  quanto differiscono nelle sonorità.
Il risultato fedele è come stonato (cosa che non accade tra italiano e spagnolo, ove la musicalità delle due lingue è sempre salva). 
Sì, stonato. Ne vien fuori un compitino, la poesiola di un ragazzino delle medie. Nemmeno a tentar di mettere la cosa in rima (come è la lirica nella versione originale). Macché, non serve.
E per quanto mi riguarda, stavolta non posso proprio farci niente. 


Eccone un esempio, la poesia di Louis Aragon, Il n'y a pas d'amour heureux (1943), messa in musica* (e perciò celeberrima) da Georges Brassens, cantata da Léo Ferré e poi da Barbara, Françoise Hardy e tanti altri.

Versione originale
Rien n'est jamais acquis à l'homme Ni sa force
Ni sa faiblesse ni son coeur Et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d'une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce
          Il n'y a pas d'amour heureux
Sa vie Elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu'on avait habillés pour un autre destin
A quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu'on retrouve au soir désoeuvrés incertains
Dites ces mots Ma vie Et retenez vos larmes
          Il n'y a pas d'amour heureux
Mon bel amour mon cher amour ma déchirure
Je te porte dans moi comme un oiseau blessé
Et ceux-là sans savoir nous regardent passer
Répétant après moi les mots que j'ai tressés
Et qui pour tes grands yeux tout aussitôt moururent
          Il n'y a pas d'amour heureux
Le temps d'apprendre à vivre il est déjà trop tard
Que pleurent dans la nuit nos coeurs à l'unisson
Ce qu'il faut de malheur pour la moindre chanson
Ce qu'il faut de regrets pour payer un frisson
Ce qu'il faut de sanglots pour un air de guitare
          Il n'y a pas d'amour heureux
Il n'y a pas d'amour qui ne soit à douleur
Il n'y a pas d'amour dont on ne soit meurtri
Il n'y a pas d'amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l'amour de la patrie
Il n'y a pas d'amour qui ne vive de pleurs
          Il n'y a pas d'amour heureux
          Mais c'est notre amour à tous les deux
Louis Aragon (La Diane Francaise, Seghers 1944)


Mia versione

Nulla è mai acquisito per l'uomo Né forza
né debolezza e neppure il suo cuore Quando crede
di aprire le braccia, l'ombra si profila di una croce
E quando crede di avere in pugno la felicità, la tritura
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio
non c'è felice amor
La sua vita assomiglia a quei soldati senz'armi
per altro destino bardati
a cosa mai può loro servir di alzarzi presto al mattino
se poi li ritroviamo a sera sfaccendati indecisi
dite queste parole la vita mia e trattenete le lacrime 
non c'è felice amor
Mio bell'amore mio caro amore mia piaga
Ti porto dentro di me come un uccello ferito
E quelli senza sapere ci guardano passare
ripetendo dietro di me le parole che intrecciai
e che per i tuoi occhioni subito morirono 
non c'è felice amor
Il tempo di imparare a vivere ed è  troppo tardi
che già piangono nella notte i nostri cuori all'unisono
quanta infelicità per una canzonetta
quanti rimpianti per pagarsi un brivido
quanti pianti per un'aria di chitarra
non c'è felice amor
non esiste amore che non sia destinato al dolore
non esiste amore  che non ci abbia feriti
non esiste amore che non ci abbia spiegazzati
e al pari dell'amor di patria
non esiste amore che non viva di lacrime
non c'è felice amor
ma c'è l'amore nostro, di noi due



tratta da : Louis Aragon, La Diane Française (Paris, Seghers, 1944)

Mi piace la traduzione di Marco Costanzo (clicca qui)

Françoise Hardy canta la poesia di Louis Aragon
 
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* Ho scritto «messa in musica» invece di  «musicata».